Moira Orfei
Di Alessandro Serena
Una favola del Novecento. Da zingarella senza cognome a stella del cinema. Da sex symbol a idolo dei bambini. Fino a diventare una vera e propria icona della cultura popolare. Moira Orfei è stata la donna che, insieme al marito Walter Nones, si è fatta simbolo della trasformazione della società italiana, traghettando il circo dal modello famigliare del Dopoguerra ad una struttura organizzativa e artistica ammirata nel mondo, pur restando genuinamente popolare.
Nessun circense italiano è mai stato oggetto di un’esposizione mediatica tanto ampia, in grado di reggere il confronto con star di altre forme di spettacolo, per oltre mezzo secolo. Un percorso umano, artistico ed imprenditoriale sfociato dapprima nel cinema, poi in TV, costellato da incontri con personaggi dell’arte, della politica e del costume.
Documenti rinvenuti di recente, sembrano attestare che il nome Orfei appare nell’ambito delle compagnie teatrali itineranti, eredi della Commedia dell’Arte, prima del 1828. È però quest’anno ad essere indicato come origine della dinastia, visto che segna la nascita del capostipite Paolo Giacobbe. Figlio di un calzolaio, lascia il seminario per la carriera di musicista ambulante. Il figlio Ferdinando sposa Maria Torri (con sangue sinti nelle vene), con in dote un orso, e apre un piccolo circo. Nasce Paolo e da lui Riccardo (1908 - 1942) che da Violetta Arata avrà Miranda, detta Mora per il colore dei capelli, e poi Moira. Nata il 21 dicembre 1931, in un carrozzone di passaggio a Codroipo. Il padre non è riconosciuto dal nonno, quindi, lei porta il cognome della madre fino ai primi anni Sessanta, quando l’avo ammette la linea di sangue.
Entra in pista assai precoce. Allo scoppio della Seconda Guerra, mentre i Togni prosperano con il sostegno del Partito Fascista, gli Orfei si separano in piccoli nuclei. Quello di Moira cerca rifugio in paesini dell’Emilia-Romagna. Nel 1942 muore il padre. Passa l’adolescenza da indigente con i fratelli Mauro e Paolo, la mamma e il nuovo compagno di quest’ultima, con il quale non lega. Sono anni bui, con l’anelito a un nucleo famigliare stabile e l’avversione ai conflitti. Si sposta quindi dallo zio Orlando, già celebre.
Ben presto ha esperienze che preconizzano lo status di diva. Negli anni ’50 si distingue per la bellezza. Una passeggiata con le cugine Liana e Graziella sostituisce le grandi parate con animali per le vie della città. In una chiesetta del Veneto un curato mette in guardia i fedeli dal recarsi al tendone perché le donne sono troppo attraenti, con l’ovvio risultato di avere dal giorno dopo il tutto esaurito.
Nel 1954 incarna in maniera spensierata il boom economico nella foto Gli italiani si voltano, di Mario De Biasi. Iconica in tutto il mondo quando il Guggenheim Museum di New York la utilizza come manifesto della mostra The Italian Metamorphosis 1943-1968.
Da lì a poco è femme fatale con la sua unica frequentazione prima del matrimonio. È Umberto Masetti, campione mondiale di motociclismo classe 500, primo a trasformare uno sport di nicchia in materiale per rotocalchi.
Nel 1959 durante una tournée in Kuwait conosce lo scrittore Jean Genet, al seguito di Abdallah Bentaga, al quale il francese dedica Il funambolo, un inno all’arte del circo.
Con gli anni ’60 si forma il doppio binario della sua carriera su schermo e pista. È notata da operatori e registi di Cinecittà grazie alle frequentazioni dello zio Orlando, che loca i propri animali per film mitologici. Esordisce in Sotto dieci bandiere (1960) di Duilio Coletti. Nasce il famoso look con gli occhi bistrati, il rossetto e i capelli raccolti, grazie a un’intuizione del produttore Dino de Laurentiis. È seguita da Giuseppe Perrone, leggendario agente di star del cinema, già ufficio stampa de Luci della ribalta di Chaplin. Nei primi due anni appare in dieci lungometraggi. Seguono oltre trenta titoli. Molti peplum dedicati a Sansone, Ursus e Maciste, nei quali, grazie al fisico statuario, si afferma come regina cattiva al fianco di culturisti come Steve Reeves e Gordon Scott, o giovani attrici come Raffaella Carrà. Moltissime commedie con attori del calibro di Walter Chiari, Nino Manfredi, Ugo Tognazzi e Totò.
Da ricordare Paolo il freddo (1974), con Franco Franchi (di Ciccio Ingrassia) una parodia girata in parte al circo, dove interpreta sé stessa. Ma anche film d’autore: Profumo di donna di Dino Risi (dove è una prostituta che si intrattiene con Vittorio Gassman, non vedente), Signore e signori di Pietro Germi (Grand Prix a Cannes), Casanova 70 con Marcello Mastroianni di Mario Monicelli, Straziami ma di baci saziami di Dino Risi. La sua bella cadenza romagnola impone negli anni il doppiaggio di artiste del calibro di Rita Savagnone, Isa di Marzio o Rina Morelli. Fino al più commerciale Vacanze in India con Christian De Sica e Massimo Boldi (2003). L’ultima apparizione nel 2004 nel biopic Moira Orfei Amor e Fiori. Ogni emolumento incassato viene investito da Moira per produzioni circensi sempre più curate, così come la grande visibilità ottenuta.
L’11 marzo 1961 a Sanremo, in una cerimonia sontuosa con degli elefanti, sposa l’acrobata e futuro domatore Walter Nones (1934-2016). Nato a Trento, da Giuseppe (valido ginnasta) e Adele Medini (circense da generazioni). Con i fratelli Guglielmo e Loredana, rimasti presto orfani di entrambi i genitori, creano un’elegante performance acrobatica che avrà ottimo esito in varietà e riviste, arrivando ad esibirsi in Ok Fortuna con Wanda Osiris, Gino Bramieri e Raimondo Vianello. E nel tour europeo di Renato Carosone, insieme ad un giovane Silvan. In questo periodo Nones assorbe stili artistici e ritmi produttivi dell’intrattenimento raffinato delle capitali europee. Il trio è ospite di speciali televisivi come Rascel la Nuit o Il Mattatore di Vittorio Gassmann, registrato proprio nel circo di Orlando Orfei nell’aprile del 1959.
Moira e Walter decidono di dedicare la loro esistenza alla conduzione di un circo. Prima con una società poco fortunata con le sorelle Swoboda – Medrano, poi fondando nel 1963 il Circo di Moira Orfei, dapprima di medie dimensioni, poi grandioso. È la prima volta in Italia che un complesso simile viene titolato ad una donna, e uno dei pochissimi casi in tutto il mondo. Il panorama italiano ai tempi è irregolare con quasi 200 imprese di varia qualità. I due apportano il gusto e il senso del ritmo maturati nelle loro esperienze, affinando un modello estetico basato sull’eleganza.
È un periodo importante per il settore. L’Ente Nazionale Circhi ottiene la legge 337 del 18 marzo 1968 che riconosce la funzione sociale del circo equestre. Walter sarà a lungo consigliere dell’ENC e in questa veste, con Egidio Palmiri, fondatore dell’Accademia del Circo.
Sempre alla ricerca di novità e attenti al panorama internazionale, nel 1968 adottano l’insegna Festival Mondiale del Circo con la quale avviene la definitiva affermazione nel giro delle grandi città.
Negli anni ’70, il complesso guidato con piglio manageriale e determinazione artistica (Moira è molto esigente nelle prove e nelle performance), segna tappe importanti, passando dall’estetica della grande attrazione (come “l’uomo proiettile” o lo yogi Klemendor), al colossale Circus On Ice con una pista ghiacciata ed una normale, ispirato alle sfarzose riviste americane. Si forma, di fatto, una seconda unità, sfociando anche nel tour con il famoso imitatore televisivo Alighiero Noschese (Follie sul Ghiaccio, 1974).
Moira e Walter sono precursori italiani di un sistema dello spettacolo di massa internazionale precedente al musical. Del resto, sono gli anni d’oro del Circo italiano, anche grazie agli altri Orfei, ai Togni, ai Casartelli. Operatori di ogni dove accorrono ad ammirare spettacoli realizzati con grande impiego di mezzi. Coreografie, costumi e musiche originali, suonate da grandi band dal vivo. Palazzi viaggianti all’avanguardia realizzati da ditte come Canobbio e Calcide, anch’esse punti di riferimento mondiali. Tendoni da oltre 3.000 posti a sedere. Officina, falegnameria, sartoria, mensa, persino il barbiere, e per qualche tempo la scuola per i bambini (grazie ad un’intuizione del Ministero dell’Istruzione), frequentata anche dai figli Stefano (1966) e Lara (1968).
Il successo apre le porte dello strumento di massa più efficace: la TV. Il risultato è incredibile. Viene fuori la vera Moira, lontana dagli stereotipi delle dive. Pur vistosa per acconciature, abbigliamento, trucco e gioielli, è schietta, vera, persino naïf. Il contrasto entra nel cuore degli italiani e sarà buona parte del motivo di un affetto durato cinquant’anni. Sono innumerevoli le trasmissioni a cui partecipa come ospite o star. Attraverso i decenni, si ricordano la serie Buona sera con Rita Pavone (1979), lo speciale di Serata d’Onore (1986), le puntate de L’ultimo valzer (1999) di Fabio Fazio e Claudio Baglioni.
Dalla grande notorietà derivano incontri con personaggi primari. Non solo Federico Fellini, innamorato della pista, ma anche Pier Paolo Pasolini. Eventi come Il circo nel cuore o La lunga notte del circo, attirano personalità di ogni tipo, da Giorgio Strehler a Claudio Villa. L’immagine della “regina del circo” è ovunque: nei fotoromanzi, sulle copertine dei Gialli Mondadori, nelle campagne pubblicitarie. Abituali gli incontri con le massime istituzioni del nostro ed altri paesi. Riceve il Cavalierato a firma Pertini e Craxi. Nel 1978 durante una tournée a Teheran viene ricevuta a palazzo da Reza Pahlavi, Scià di Persia. L’armonia dura fino alla Rivoluzione islamica a opera dell'Ayatollah Khomeyni. Lo spettacolo appariscente con costumi succinti viene condannato dagli integralisti, che credono di ravvisare una fiscalizzazione non regolare e bloccano la compagnia (100 artisti e 50 animali), vietando il ritorno in patria. Il complesso è allo stremo e nella difficoltà persino di procurarsi il cibo. A Moira viene concesso di rientrare alla ricerca di aiuto, ma neppure Andreotti, amico dei circensi, trova la modalità per un soccorso. Moira tenta il suicidio. È poi l’armatore Achille Lauro ad inviare una nave, che approda il 29 dicembre 1979 a Napoli, dove il circo ricomincia a lavorare con successo.
Nel settembre del 1983 si reca ad esibirsi, con la sua compagnia, nel carcere di Bergamo dove è rinchiuso Enzo Tortora, che però preferisce non assistere. “Cara Moira, sono certo che la tua sensibilità ti aiuterà a comprendere che un uomo umiliato da un’ingiustizia senza precedenti, non può avere lo spirito e il cuore di presenziare al tuo spettacolo. Ti vedrò, spero, libero e quando, a testa alta uscirò da questo incubo e questa infamia. Un abbraccio.”
Intanto il circo gira la penisola in lungo e in largo con tempi e strategie diverse, alternando le piccole provincie alle metropoli. Qualche difficoltà di gestione è bilanciata da incassi sempre elevati. Tante le tournée all’estero. L’ex Jugoslavia è un territorio abituale, ma vengono toccate negli anni anche Bulgaria, Germania, Grecia, Malta, Turchia, persino Libia. In Spagna viene avviata una società con il celebre domatore Angel Cristo. Il tour termina nei giorni della morte del caudillo Francisco Franco, che segna una nuova era per quel paese.
Dai primi anni ’80, grazie alla collaborazione con Leo Watcher (storico produttore dei Beatles in Italia), stringono contatti con l’Unione Sovietica e importano spettacoli quali Pyatnitsky, il Circo di Mosca e la celebre compagnia di canti e danze dell’Armata Rossa. Memorabile l’udienza da Papa Giovanni Paolo II, la prima volta in cui dei soldati sovietici entrano al Vaticano, considerata un simbolo del disgelo e coperta dai media di tutto il mondo. Si arriva alla combinazione “Moira più Mosca”. Vengono organizzati due tour del Circo Nazionale Cinese e stretto un rapporto di esclusiva con la celebre rivista americana Holiday on Ice, che durerà oltre vent’anni.
Si intensifica la collaborazione con la TV, in un rapporto quasi di osmosi. Nel 1989 debutta su Canale 5 Sabato al Circo, la prima serie capace di vincere la sfida del sabato sera con la RAI. Seguiranno molte altre serate, anche sulle reti pubbliche, fra le quali cinque edizioni del Gran Premio del Circo (1993-1997).
Il successo è tale che incoraggia la proliferazione del marchio Orfei. Con parenti alla lontana, omonimi o addirittura persone che cambiano il cognome e lo affittano a complessi di categoria inferiore.
Ma il Moira Orfei è il primo circo italiano a conquistare, nel 1987, il Clown d’Oro al Festival di Monte Carlo, con 12 tigri presentate da Giuseppe Nones. Nel 1989 Argento per gli animali esotici e l’alta scuola presentati da Stefano e Lara. Nel 2004, altro Argento per i felini a Stefano, considerato fra i più completi artisti della sua generazione.
Dal 2000 l’ulteriore ramificazione famigliare arricchisce l’humus della compagnia. Lara sposa Micha Malachikini, che porta i metodi della scuola russa e che formerà i figli Moira jr, Walter jr e Alexander. Stefano prende in moglie la soubrette Brigitta Boccoli (lanciata da Gianni Boncompagni) che, oltre a dargli Manfredi e Brando (dopo Sofia, dalla precedente compagna), introduce una forma di musical circense con Una tigre per amore e Il bacio del leone, rinnovando la curiosità di media e spettatori.
L’elenco degli artisti scritturati nelle varie attività è lunghissimo. Ma la stella più amata è sempre Moira, sia quando presenta un delicato stormo di colombe, che un travolgente gruppo di pachidermi (Moira degli elefanti). Persino quando, sino all’ultimo, si limita ad un saluto da una carrozza trainata da cavalli o da un maggiolone colorato.
Con l’età, mentre sfiorisce la bellezza e in pista lascia spazio alle nuove generazioni, Moira diventa oggetto di adorazione da parte dei suoi fan. Il suo vero manifesto sono forse proprio i poster. Negli anni il suo volto appare su milioni di fogli affissi sui muri. A prescindere da età e capigliatura, si coagula come un’unica sembianza, con caratteristiche sempre uguali, esteriori e interiori. E, pur proponendo un modello tradizionale di famiglia, Moira diventa un simbolo della rivendicazione orgogliosa della diversità, per la comunità zingara, e quella gay e transessuale, che organizza addirittura concorsi di sosia. Del resto, al circo, il pride è tutti i giorni, per individui di sesso, religione, colore e abilità differenti.
Il 15 novembre 2015 a Brescia esala l’ultimo respiro nel grande letto della sua leggendaria casa su ruote. Walter la segue pochi mesi dopo. Grande risalto sui principali notiziari TV e quotidiani. Il funerale attira migliaia di persone a San Donà di Piave (dove ha una residenza dell’Ottocento, Villa Lancillotto, come quartier generale). Fra i tanti ricordi quello commosso di Pippo Baudo, da Maurizio Costanzo. Il Ministro Dario Franceschini scrive: “È un giorno triste per il mondo del circo. Con Moira Orfei scompare una delle principali protagoniste dell’arte circense internazionale che, nel corso della sua ricca carriera, ha saputo divertire e stupire intere generazioni”.
Il complesso finisce con un record notevole. È l’unico in tutta Europa ad aver lavorato per oltre cinquant’anni di seguito (con pause inferiori al mese), dalla sua creazione fino al gennaio 2017. Difficile fare un calcolo preciso (la SIAE conta gli incassi dei tendoni in modo forfettario), ma è verosimile stimare cinquanta milioni di spettatori dal vivo, senza considerare cinema e TV.
L’eredità lasciata al circo italiano è enorme. La maggior parte dei complessi si ispira ancora al modello creato e sviluppato da Moira e Walter, in quanto a tipologia di discipline, estetica, persino strategie di marketing. Ed il nome Orfei, anche quando utilizzato in modo poco appropriato, permette a decine di piccoli e medi complessi di agire. Un caso senza precedenti di lascito ben concreto.
Una favola del Novecento. Da zingarella senza cognome a stella dello spettacolo. Moira Orfei è molto più di un'artista circense: è un'icona italiana che con la sua presenza unica e inimitabile ha saputo travalicare i confini del circo per radicarsi nella cultura popolare, nel cinema e nella televisione. A dieci anni dalla sua scomparsa, questo volume illustrato rende omaggio alla Regina del Circo con un ritratto completo, a trecentosessanta gradi. Grazie ai suoi inconfondibili tratti esteriori e al suo carattere genuino, Moira Orfei ha rappresentato un simbolo di libertà, inclusività e valorizzazione della diversità. Emblema della forza femminile e della stravaganza, l'artista è stata, a tutti gli effetti, una madrina LGBTQ+ ante litteram. Curato da Alessandro Serena, erede della grande tradizione circense, "Moira per sempre" vede il contributo dei più importanti storici e critici del settore, e non solo. Il primo libro a esplorare in modo così profondo e illustrato la vita di un personaggio che, come in un romanzo d'appendice, ha incarnato valori universali, diventando un faro di gioia e un idolo per generazioni di italiani. Un viaggio emozionante per riscoprire il mito della più grande e inimitabile figura del circo italiano.

